A Kyoto sognando Kyoto. Le parole sono di Bashō, il grande poeta di Haiku del XVII secolo. Questa potenza evocativa del reale, potenza di sogno nella percezione singolare, irruzione intempestiva dei tempi sovrapposti, ecco la mia esperienza di Venezia. Ecco come, partendo da un approccio puramente astratto, ho dovuto cedere al richiamo del reale ritrovato.
Per Kyoto l'esperienza è diversa. È il sogno, la potenza evocativa delle parole — quelle di Kawabata, Tanizaki, le profondità mescolate di Haruki Murakami — che diventano realtà pittorica. La presenza dei giardini secchi, dei loro solchi, provoca la meditazione. Ogni dettaglio dei solchi del giardino secco, e ogni elemento di ogni giardino giapponese, inaugura una meditazione pittorica.
Io sono il solco che si trasforma in acqua, io sono la roccia che si trasforma in pesce. Io sono la carpa, il drago, la tigre.
Nel tempo del gesto e del pennello, nel giardino, paradiso sempre ritrovato, io sono la roccia, il samurai, il grande kimono di seta variopinta.
Nel caos delle tappe e dei blocchi di pietra, un cammino si delinea, improbabile e certo. Le erbe che spuntano, i muschi che si arrampicano, offrono allo sguardo un percorso di delizia.
Il pittore astratto si ritrova a casa in questa metamorfosi delle forme e delle materie. Sognando Kyoto, dipingendo la festa dei colori, è la realtà degli spazi cari al cuore che egli convoca attraverso il loro canto.
