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Venezia o il reale ritrovato

Ottobre 2010CYBTesto
Venezia o il reale ritrovato

Come spiegare che questa città, questa Idea di bellezza, possa mancare al punto da estrarre un pittore dal suo approccio astratto?

Essere convocati alla realtà da una tale meraviglia, da questa città sognata da mille e un artisti, da questo fiero e fragile tentativo degli uomini di raggiungere il cielo, è l'esperienza di un rapimento e di una delizia, di un limite varcato che apre un ignoto fremante di speranza.

Ecco dunque Venezia, eterna patria della giovinezza e dell'avvenire. Il tempo vi si dilata, il ritmo del flutto ne viene a spezzare la struttura ordinaria, lo squilibrio degli elementi suscita un rapporto barocco con la temporalità.

Ecco dunque Venezia, orientale quanto tropicale, arcaica e animalesca quanto erudita e raffinata.

Se l'essenza della pittura è l'astrazione nel senso dello stile, della disposizione singolare dei suoi mezzi propri — colore, figura, materia — la vocazione della pittura è esprimere. Allora l'amore e la mancanza di un luogo, di una città, di un essere, la mancanza stessa della realtà possono scoprirsi nel cuore del gesto pittorico.

Ma la realtà non è forse per essenza mancante, in quanto è questa esperienza singolare di una percezione mescolata al ricordo? Per rendere visibile questa realtà, occorre l'opera, quella dello scrittore o del pittore.

La Venezia che dipingo è una Venezia singolare; ha i colori dei Tropici, la loro intensità, la semplificazione del tratto astratto di un occhio di pittore, il carattere selvaggio di un bambino che ha sempre conosciuto il mare e che ha sempre sognato la pittura.

Venezia è un coro di unicità, che provoca la memoria, affila l'immaginazione. È l'avvenire del tempo; non smette di ricordare, con tante deviazioni e sortilegi, tanta costanza e scintillii, che il reale non è, e che sarà opera nostra.