Ciò che parla nel termine portoghese « barocco » è l'irregolarità se non la deformità di una perla, unica nel suo scarto dalla rotondità attesa, dissimile dall'attesa — come il fascino dell'improvvisato nell'esistenza, l'irruzione del fuori norma, dello stra-ordinario. Ciò che parla è dunque l'inaudito. Una voce venuta d'altrove? Una voce in rottura, in sfasamento, come l'arcobaleno contrasta con il grigio della pioggia improvvisamente illuminata di sole.
La mia pittura rientra in ciò che chiamo « Barocco astratto », perché si tratta di scavare l'istante in ciò che ha di inaudito precisamente, di singolare, di unico, « barocco »; « astratto » perché la materia di questo scavo consiste innanzitutto in colori, in intensità e contrasti, poi in forme. La questione della rappresentazione riferita alla realtà — nell'accezione ordinaria di questa parola — è solo secondaria, persino accessoria, inessenziale al mio approccio, anche quando questa questione viene posta.
Le mie tele « Venezia » o « Kyoto » rientrano bene nel « Barocco astratto »: una Venezia tropicale, sensazioni di un disequilibrio riconquistato sul sapore acidulo dei flutti, un Kyoto a strapiombo che fa emergere tigri rosse dalle rocce, kimono variopinti dalle pieghe setose della pietra, e le acque torrenziali, ribollenti, del giallo e del rosa al contempo insabbiati.
Lo stravagante non riflette che la disattenzione dell'abitudine; per il pittore « barocco astratto » sgorga da uno scavo paziente, gioioso e amante dell'istante.
